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  • Immagine del redattoreCamilla Maccaferri

Essere Charlie il meccanico

O di quando amavo un ratto marziano.


C’è stato un periodo da piccola in cui volevo essere un meccanico. Bè, non un meccanico qualunque, anche perché non ho mai avuto grande dimestichezza coi motori, che erano l’unica parte a terrorizzarmi dell’esame di scuola guida. Volevo essere un meccanico in particolare, una donna di nome Charlie, sempre vestita in camicia e jeans neri, dalle credenziali ammetto fin qui piuttosto ambigue, ma in realtà molto femminile per certi versi, coi suoi lunghi capelli rossi e il fisico da Barbie. Charlie faceva il meccanico specializzato in motociclette in una piccola officina di Chicago e a me piaceva perché, fino a quando ho realizzato la truffa immonda del post-femminismo, ero solita ammirare i modelli di donna indipendente, emancipata e un filo mascolina, che popolava le mie letture e le mie fantasie infantili con un grande desiderio di emulazione.

Poi ho capito appunto che erano tutte fregnacce e che quelle veramente in gamba si fanno rifare le tette e svettano sui loro tacchi dodici alla ricerca non di un tesoro, né di una formula medica per sconfiggere il cancro, ma di un dentista che le mantenga abbondantemente consentendo loro di essere veramente emancipate, di aprirsi un negozio di paralumi vintage come hanno sempre sognato e di andare in vacanza sei volte l’anno. Invece le altre, quelle con i capelli stopposi e gli stivali bassi perché sono troppo impegnate con il loro intelletto per perdere tempo sui trampoli, finiscono a fare volontariato in Burundi contraendo malattie imbarazzanti o gli schiavi nei sottoscala accademici gettando al cesso le proprie ambizioni e non potendo permettersi di andare in ferie neanche a Melegnano… ma questa è un’altra storia.

Tornando a Charlie, volevo essere lei perché guidava la moto (cosa che dai tre ai diciassette anni ho sempre voluto fare, tantissimo. Poi ho smesso di volerlo all’ennesimo conoscente stroncato nel fiore degli anni da un incidente), si sapeva difendere da sola, menava come un camallo con le sue chiavi inglesi. Ma soprattutto perché era la migliore (el’unica) amica sulla Terra dei miei idoli della pre-adolescenza, i Biker Mice da Marte. Mi ero innamorata di questo cartone astruso, dalle linee narrative francamente campate un po’ per aria (tre topi mutanti e centauri di due metri ciascuno fuggono dal loro pianeta oppresso dagli schifosi alieni Plutarchiani e sbarcano a Chicago per scoprire che le orrende creature sono tra noi, travestiti da uomini d’affari e vogliono conquistare anche l’umanità).

Più che altro mi ero innamorata di Sterzo, il capo del terzetto: giubbotto di pelle, ciuffone, jeans, borchie, moto tipo Harley, tatuaggi, orecchini. Insomma, una specie di Arthur Fonzarelli marziano a forma di roditore smisurato. Era solo l’ultimo di una lunga serie di esseri zoomorfi che mi avevano rapito il cuore in tenera età: da Howard il Papero (protagonista del cult Howard e il Destino del mondo, anch’esso dai risvolti narrativi improbabili) a Leonardo delle Tartarughe Ninja, passando per la Bestia, sia in versione Disney che in versione telefilm (quando scoprii che sotto il make-up si celava il volto assai più ferino di Ron Pearlman piansi di cocente delusione. E questo accadde quattro anni fa). E naturalmente Roger Rabbit, grande mito romantico della mia prima infanzia.

Ma Sterzo aveva (è il caso di dirlo) una marcia in più: oltre ad essere nobile, coraggioso e animalesco, era anche un eroe politico, cacciato dal suo pianeta perché tra i capi della resistenza anti-plutarchiana. A nove anni facevo germinare inconsapevolmente dentro di me i semi dell’attivismo politico post-sessantottino che mi veniva trasmesso epidermicamente in famiglia, quello che mi avrebbe portato a prendere posizioni piuttosto radicali in adolescenza, per poi distaccarmene con la tipica delusione dell’adulto rassegnato e ripiegato su se stesso, a rischio qualunquismo.

A dirla proprio tutta, Charlie inciuciava con Turbo, il simpaticone del gruppo, un po’ troppo cyberpunk per i miei gusti di allora, dato che aveva metà volto coperto da una placca metallica: più tardi sarei stata attratta dalle anomalie come le mosche dal miele, ma in quell’età ancora ciecamente idealista andavo formando il mio modello maschile sulla solidità e sulle rassicurazioni che potevano provenire solo da un leader. La sola eccezione era rappresentata dai Cavalieri dello Zodiaco. Lì mi ero invaghita dell’edipico Crystal, innamorato di sua madre che giaceva in stato di morte apparente in un abisso ghiacciato (con buona pace di Freud), e di Sirio il Dragone, tanto statuario quanto con disabilità, nella fattispecie ipovedente. Odiavo ferocemente invece il predestinato Pegasus, un coglioncello esaltato e monocigliare con la voce improponibile di Ivo De Palma, quello che doppiava Mirko dei Beehive, cosa che mi provocava conflitti identitari disturbanti.

Tornando ai roditori marziani e alla loro amica terrestre, Charlie, invidiavo ferocemente il suo privilegio di trascorrere gran parte del tempo libero con i tre toponi, gozzovigliando a birra e hot-dog a ogni colpo inferto ai sudici Plutarchiani. E io, a nove anni, non chiedevo di meglio che scorrazzare in moto e ascoltare rock duro (un’altra delle caratteristiche che amavo di questa serie animata) con dei ratti mutanti e ribelli per le strade di Chicago. Naturalmente il mio amore infantile, essendo il più fico e maschio dei tre, era già impegnato con una relazione a distanza, disfunzionale e oggi si direbbe un po’ tossica. Era infatti profondamente legato alla rivoluzionaria Carabina, rimasta eroicamente su Marte a combattere coi ribelli, che, nonostante il suo status di partigiana, suscitava in me profondi sentimenti di invidia e astio.

Chissà, forse se avessi fatto il meccanico, come Charlie, a quest’ora non avrei un’officina frequentata da mutanti rockettari e motociclisti ma sarei meno infelice, grazie al peso delle chiavi inglesi nelle tasche che mi obbligherebbe a rimanere sulla Terra, a smetterla di volare, leggera e disperata, come un palloncino nel vento e a rassegnarmi che la vita è questa, una penosa alternanza di albe e tramonti sempre uguali.

Vista da Marte, però, la Terra sembra meno brutta.


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