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  • Immagine del redattoreCamilla Maccaferri

La discoteca


“Perché se vai avanti così, se ti ostini a non voler uscire, a non fare un po' di vita sociale, non andiamo per niente bene. Sono costretto a dire che non stai facendo progressi e mi tocca farti ricoverare ancora, capisci?”


Odiava quel tono agnellato da predicatore televisivo, quel suo modo di allungarsi sulla scrivania per sottolineare che gli interessava davvero dei suoi progressi. Avrebbe voluto fargli cose orribili, tipo… qualcosa di veramente atroce, per esempio… ma cosa le stavano facendo? Una volta le fantasie violente erano la sua specialità: ci riempiva quaderni interi con immagini di squartamenti e torture post-medievali, e adesso il massimo che le veniva in mente era sradicare gli stupidi certificati incorniciati dalla tappezzeria color cipria e fracassarli sulla testa ingellata del dottore. A furia di imbottirla di chiacchiere e medicine la stavano davvero facendo diventare normale.


“E per favore, cerca di metterti un po’ in ordine, una volta che ti decidi a uscire”. Chiuse la porta di scatto troncando violentemente la cantilena petulante di sua madre. Sapevano benissimo entrambe che sua cugina l’aveva invitata a uscire con loro solo perché costretta dalla petulanza ben più insistente della propria genitrice, o forse per pietà: più probabilmente, per entrambe le ragioni. Ma dato per assodato che il suo concetto di ordine non coincideva mai con quello del resto della società, e sapendo per certo che si sarebbe prospettata una serata infernale, decise che aveva bisogno di una bella corazza spessa.


Stava aspettando che la venissero a prendere sul marciapiede davanti a casa, con lo stomaco aggrovigliato in un nodo strettissimo di angoscia. Non ne aveva voglia, e sapeva che sarebbe stata come sempre fuori luogo, senza avere la più pallida idea di cosa dire, cosa fare, cosa bere, come comportarsi. Non le piaceva la gente. Ma non perché si sentisse superiore o perché non le interessasse capire quell’intrico misterioso che sono i meccanismi di interazione sociale. La gente le faceva una paura mortale, fin da quando era piccola. Per questo aveva iniziato a costruirsi tutte quelle fantasie che lo psichiatra definiva “macabre e celanti pulsioni mortifere”. In realtà, non avrebbe fatto male a una mosca.

Ma aveva bisogno di immaginare la gente vulnerabile, anche solo per potersi avvicinare a qualcuno. Altrimenti si sarebbe sentita come una bambina di fronte all’antro del lupo: paralizzata dal terrore e incapace di reagire. E a proposito di lupi, quella notte c’era una luna enorme, azzurrina, che aspettava solo di essere invocata da un licantropo. La sua pelle butterata e livida ricordava un grosso cranio di cadavere, là sospeso a guardare…


“Pronto? Sei tra noi?”

La testa perfettamente piastrata di sua cugina emerse cautamente dal finestrino, con un movimento calcolato per non scomporre la piega.

Sbattè gli occhi e si rese conto di essere illuminata dai fari giallastri della sua macchina. Dal sedile posteriore, i volti simmetrici delle sue amiche si appiccicavano ai vetri per studiarla. Iniziò a sospettare che dietro all’invito ci fosse un’altra motivazione, oltre alla pietà e alle pressioni familiari, ben più subdola e crudele. I loro sguardi erano famelici e beffardi: avevano bisogno dello zimbello della serata.

“Sali davanti, dai”. Non volevano sedersi accanto a lei e preferivano accalcarsi dietro. Si sarebbe aspettata che la salutassero con sarcasmo. Invece i loro “Ciao” strascicati che le rivolsero appena salita erano molli come spinaci bolliti e improvvisamente distolsero lo sguardo da lei, non dimostrando più interesse per i suoi vestiti strani. Probabilmente non volevano farle vedere che la stavano prendendo in giro, perché sapevano che era pazza e che avrebbe potuto sgozzarle con un rasoio o fare una di quelle altre cose orribili che disegnava sempre e che ora non le venivano in mente. Sua cugina alzò l’autoradio che trasmetteva una musica stridente e ripetitiva, fatta di rumore e della voce nasale emessa da un essere probabilmente antropomorfo, e accese una sigaretta. Guardando fisso nel retrovisore, riprese a parlare di qualcuno che si era comportato male con qualcun altro, suscitando un mormorio d’assenso nelle retrovie. Presto l’abitacolo fu pieno di suoni inutili e lei poté raggomitolarsi contro la portiera e pensare a come avrebbe potuto rotolare fuori dalla macchina in caso di necessità Non le piacevano, quelle quattro. Intanto erano vestite tutte uguali: minigonne cortissime, giacche di pelle finto-invecchiata, stivali con il tacco a spillo e capelli lunghi e lisci come quelli della pubblicità del balsamo, innaturali. Erano indistinguibili. Anche le loro voci si sovrapponevano senza soluzione di continuità, amalgamate dal ruminare ritmico delle loro gomme da masticare e rese ancor più omogenee da intercalari tutti uguali. Cioetipotirendicontochestronzocioetipocioe. Forse erano degli androidi programmati per uccidere. Forse doveva smetterla con quelle cose o l’avrebbero ricoverata di nuovo, l’aveva detto l’altro giorno…

Quasi non si accorse che erano arrivate, poi sua cugina si voltò a darle una leggera gomitata. “Mi passeresti la borsa?” le disse aprendo la portiera. Finalmente alzò lo sguardo e vide che si trovavano in un parcheggio pieno di macchine. In fondo, un’insegna al neon blu sopra una porta di metallo smaltata e un gruppetto di persone sul marciapiede antistante.

“Dai che gli altri sono già entrati!” trillò uno dei cloni sfilandosi il giubbetto e lanciandolo in macchina, subito imitata dalle altre. Rimasero seminude nel freddo serale, saltellando a braccia incrociate sui trampoli laccati come ballerine che si stanno facendo la pipì addosso.

Lentamente, stiracchiando le braccia da spaventapasseri e le gambe storte e ossute, si decise a uscire dalla macchina. Lei non aveva freddo, con le sue calzamaglie pesanti a righe nere e viola, gli anfibi che aveva dipinto lei stessa con un motivo a ragnatela insanguinata e il vestito di velluto con il cappuccio a punta. Ma più si avvicinavano all’ingresso, più i cloni aumentavano, tutti piegati e saltellanti, tutti a piedi e spalle nude. Cominciavano ad apparire anche gli esemplari maschi della specie, in jeans, camicia e capelli ingellati, i volti color biscotto e le scie odorose nauseabonde: sembravano tutte copie del suo psichiatra. Moltissimi portavano occhialetti rettangolari dalla montatura scura: si chiese se fosse un tentativo di sembrare intelligenti, che comunque veniva vanificato dal loro estroflettere i pettorali e continuare ad abbattere virili pacche sulle spalle degli amici.

“Entriamo” le sibilò sua cugina prendendola per un gomito e strappandola alle meditazioni che l’avevano inchiodata attonita a pochi metri dall’ingresso, “lei è con me” specificò sorridendo melliflua al gigante buttafuori che la fissava con l’aria di uno che ha appena visto il fantasma del suo bisnonno.

Si guardò di sfuggita in una vetrata dell’ingresso, ma non ebbe neanche tempo di provare almeno a scostarsi dagli occhi i capelli, che ricadevano lunghissimi e pesanti come due tende di alghe ai lati del volto pallido, perché venne immediatamente scaraventata all’inferno.


Intorno a lei, la stanza che le sembrò minuscola e fetida, piena di corpi brulicanti come vermi su un cadavere fresco, scivolosi di sudore, baluginanti tra fumo e lampi colorati. Un martello nelle orecchie, veniva trascinata attraverso questo fiume gorgogliante e continuamente urtava facce, schiene, mani con bicchieri, inciampando in piedi, sedie, poltroncine. Ripeteva come un mantra “scusascusascusascusa” e teneva gli occhi fissi a terra, senza alzare mai la testa, con l’artiglio di gel di sua cugina ostinatamente attaccato alla punta della sua manica a pipistrello, lasciandosi trasportare, lo sterno sul punto di esplodere in un attacco di panico. “Sono scaltri!” le urlò sua cugina nell’orecchio.

Questa volta non riuscì a capire a cosa si riferisse, ma seguendo il suo gesto, vide che indicava un gruppetto di maschi Alfa vicino a un tavolino, un po’ defilato rispetto alla pista e alle casse.

“Ahh! Ecco gli altri”, tradusse mentalmente. I cloni si gettarono subito a baciarli sulle guance e abbracciarli come un manipolo di donne saluta i primi uomini in città dopo cinque anni d’assedio.

“Oh bravi!” Cinguettava una di quelle stupide bambole piastrate, “avete fatto bene a prendere il tavolo, così appoggiamo le borse e i maglioni”.

“Quali maglioni?” si chiese attonita guardando le ragazze liberarsi di scialletti e coprispalle trasparenti, che sembravano fatti di kleenex, e rimanere praticamente in reggiseno.

“Lei è mia cugina”, fu la presentazione che le venne riservata, ma dal tono avrebbe potuto essere anche: “questa è una verruca”, oppure: “abbiamo finito il WC Net”.

I maschi Alfa non si girarono nemmeno. Qualcuno alzò il mento in sua direzione. Erano tutti disperatamente uguali: si distingueva appena qualche calvo terminale, con il cranio rasato lucido come una biglia, come se fosse stato pulito per bene da un avvoltoio.

Si abbatté sulla sedia più vicina cercando di non dare nell’occhio e sperando che se ne andassero presto, lasciandola a fare il Guardia di Porta alle loro borsette, ognuna delle quali non era comunque più grande del suo portafogli, perciò si chiese quali misteriosi corpuscoli unicellulari potessero mai contenere. Forse avevano un doppio fondo che conduceva a un’altra dimensione.

“Andiamo a prendere da bere!” Decise un maschio Alfa, di quelli rasati, e tutti sciamarono in blocco in direzione del bar. Nessuno le chiese se volesse qualcosa, ma a lei non importava, perché le faceva paura l’idea di trangugiare quella sbobba colorata che mettevano nei bicchieri di plastica. Che ne sapeva lei che il barista non fosse uno scienziato pazzo che praticava esperimenti genetici usando la gente come cavie umane?

Si guardò un po’ attorno. I suoi occhi iniziavano ad abituarsi all’oscurità fumosa e al brulichio dei corpi: ai margini della pista c’erano gruppetti striminziti di persone che cominciavano a cercare di ballare e si muovevano goffi sul ritmo improbabile di quei rumori conditi da vocalizzi animaleschi, simili a quelli che avevano ascoltato in macchina, solo più forti. Alcuni dondolavano le anche sentendosi incredibilmente sensuali, come se stessero ballando la salsa. Si chiese perché non fossero andati in un locale latinoamericano, se ci tenevano a far vedere a tutti che avevano pagato un sacco di soldi per una scuola di ballo.

Una donna che sicuramente passava i trent’anni di un pezzo si dimenava come una tarantolata scuotendo i capelli a destra e a sinistra: scannerizzava la pista con gli occhi a fessura tra un sussulto e l’altro, individuava un bersaglio e si dirigeva sicura verso di lui. Di solito sceglieva uomini bruttini e dall’aria loffia: si strusciava un po’ nei loro paraggi e poi cambiava obiettivo, lasciando il malcapitato stranito. Partecipava allo strano teatrino l’amica bionda di lei che fingeva di intervenire e portarla via sghignazzando e ammiccando quando la situazione si faceva “pericolosa”. Forse erano vampire che assaggiavano le possibili prede in cerca di quella definitiva, quella che avrebbero attirato nel parcheggio con la promessa di un incontro a tre e poi…

“Vuoi un po’? Long Island Ice Tea”. Uno dei maschi Alfa le mise sotto il naso un bicchiere con una cannuccia nera di plastica. Puzzava di candeggina e pesche marce. “No, grazie, io non…” Uno dei cloni femminili diede una gomitata al maschio, facendogli versare mezzo cocktail sul tavolino di metallo.

“Ma insoooomma Maaaassiiii, ti sembra il caaaaasooooo?”

Il maschio Alfa cambio’ colore, passando dal biscotto intenso al mattone.

“Scusa... non ci ho pensato...”. Si strinse nelle spalle e si voltò. Sulle prime, troppo impegnata a chiedersi perché mai i cloni avessero questa bizzarra mania di strascicare le vocali, non fece caso allo scambio. Poi realizzò che sicuramente si stavano riferendo al fatto che non potesse bere alcolici per via degli psicofarmaci e si rabbuiò. Non li avrebbe bevuti comunque, non lì, grazie lo stesso, ma non ci teneva a morire avvelenata.

“Andiamo a ballare? Mi piace trooooppoooo questa canzoooooneeee!” Un clone femmina finì d’un fiato di bere e prese un clone maschio per la camicia, trascinandolo verso la pista. Simultaneamente tutti gli altri li seguirono, come un unico corpo.

“Sei sicura che ti va di restare qui?” Le chiese sua cugina, fintamente apprensiva.

“Sì, resto e guardo le borse”.

“E figurati, chi ti si avvicina”. Un maschio Alfa che si era attardato alle prese con il suo cocktail emerse da dietro le sue spalle. “Oh, si scherza eh?” e cingendo la cugina per la vita, fu inghiottito dalla calca nella pista.


Ricominciò a studiare la situazione in giro, ma era difficile seguire le persone, inventare delle storie: tra la penombra, lo stordimento per la musica e il calore e il fatto che erano tutti disperatamente uguali, non riusciva a capire quello spazio. Non ne poteva stabilire misure, larghezza, lunghezza, profondità. Sentiva che quei corpi, là in basso, erano tutti destinati a fondersi tra di loro e con le pareti, gli arredi modaioli di quel posto, diventando un magma pulsante al battito della drum-machine, un cuore vivo, palpitante, appena strappato da un petto ancora dolorante...come in Indiana Jones e il Tempio Maledetto. Kalima. A un certo punto però qualcosa era cambiato, una perturbazione nella Forza l'aveva turbata: in un angolo, un buco nero stava risucchiando il suo sguardo. Su uno sgabello appoggiato a una colonna, curvo a guardarsi le ginocchia, un cespuglio assurdamente arruffato di capelli scuri da cui spuntava un pezzo di naso ben oltre la categoria dell’importanza. Due gambe chilometriche e scheletriche piegate ad angolo acuto sui sostegni dello sgabello, piedi smisurati, Converse lacere, le spalle rachitiche ingobbite nel giubbotto di pelle nera.

Poteva essere uno come lei. Se solo avesse alzato il cespuglio e l’avesse guardata. Ma sembrava troppo impegnato a guardare in basso, come se nel pavimento sotto di lui si nascondesse il segreto dell’immortalità. Cosa poteva fare? Lasciare il tavolo, attraversare la stanza e … cosa? No, impossibile. Non poteva lasciare lì le borse. Si, d'accordo, forse le borse erano una scusa che non teneva. Il fatto era che se anche fosse andata lì, cosa poteva mai dirgli?…No, impossibile.

Eppure…cosa era venuto a fare? Forse era fatto, per quello non alzava la testa. Sì, sicuramente era fatto. Talmente fatto che un posto per lui valeva l’altro. Forse era venuto a cercare uno spacciatore. Forse era morto, di overdose e nessuno se n’era accorto, perché era appoggiato alla colonna che lo sosteneva. Oppure era già in rigor mortis.

Poteva andare in bagno. Poteva passargli di fianco, guardarlo da vicino, studiarlo meglio, capire se respirava ancora, se era vero. Ma le borse? Al diavolo le borse. Non potevano lasciarla lì tutta la sera, senza neanche darle l’opportunità di andare in bagno se le scappava. Fece per alzarsi. Però non era carino. Si risedette. Continuava a guardare fisso verso il buco nero, verso l’affascinante cadavere appollaiato. Non si muoveva. Doveva assolutamente andare a vedere da vicino. Si studiò le unghie nere rosicchiate, spellandosi il pollice nervosamente. Doveva fare qualcosa.

Un’onda laccata le sventolò aria appiccicaticcia davanti alla faccia. La cugina, accaldata e ansimante, rovistava fra le borsette identiche in cerca della sua.

“Non ho un buon guadagno” le disse senza guardarla. Il bagno, interpretò. Sicuramente doveva andare in bagno: era l’occasione giusta. Mordendosi l’interno del labbro per farsi coraggio si avvicinò. “Veramente anch’io devo andare in bagno”. La cugina annuì e fece un gesto di richiamo verso la pista. Inspiegabilmente fu notata da uno dei cloni femmina che, facendosi magistralmente strada a colpi di spallucce nude tra i corpi grondanti, raggiunse il tavolo. Le due si scambiarono alcune battute che non riuscì a decifrare e il clone, incrociando le braccia con il volto imbronciato, si sedette accavallando le gambe al tavolino, estraendo contemporaneamente un cellulare dalla sua minuscola borsetta. La luce dello schermo proiettava sul suo volto inespressivo un’inquietante sfumatura verdastra. Sembrava il cadavere imbalsamato di una Miss Qualcosa morta di overdose da botox. “Andiamo”. La cugina si fece inghiottire dalla folla e sparì immediatamente.

Stringendo gli occhi a fessura per decifrare il buio fumoso, intravide un’insegna luminosa dall’altra parte del locale: il bagno doveva essere là. Prese un respiro come prima di un’immersione e, in apnea, si tuffo’, sentendosi immediatamente esplodere di caldo nella sua cappa nera di velluto. Trattenendo il fiato, con i polmoni e le guance in fiamme, fendette la massa brulicante con determinazione, severa, senza curarsi di spintonare e urtare. Sapeva dove stava andando. Era quasi arrivata. Ancora pochi corpi da scavalcare e sarebbe stata lì, accanto a lui, e avrebbe saputo se era ancora vivo. Ancora due spalle muscolose, fasciate di cotone pregiato che cingevano due spalle sottili, ovviamente nude, ovviamente ornate di capelli liscissimi e splendenti. Passò in mezzo alla coppia quasi furiosa, senza neanche notare le loro espressioni tra l’esterrefatto e l’incazzato. Passò senza neanche accorgersi che era proprio lì, che le sarebbe bastato buttare lo sguardo li lato per…inciampò, andando a sbattere con l’anca contro qualcosa di appuntito e doloroso: uno spigolo. Sopra lo spigolo c’era una gamba tubolare fasciata in un jeans strappato. Sopra la gamba era appoggiata una mano lunga e scheletrica che stringeva un libro dalle pagine sgualcite. Un libro. Stava leggendo! Non era fatto, né morto. Stava solo leggendo! Ora doveva alzare gli occhi e guardarlo. Si costrinse a farlo. Lui la stava guardando, due occhi tristissimi nel viso esangue, sotto un ciuffo arruffato.

“Tutto bene?” Lesse sulle sue labbra piegate in un mezzo sorriso incerto. Lui le aveva parlato! Doveva trovare qualcosa da dire, ma improvvisamente fu come se i suoi piedi si staccassero da terra e venne trascinata via dalla folla. Imprecò, furiosa. Maledetti cloni, maledetti maschi Alfa. Potessero bruciare tutti all’inferno. Anzi, all’inferno ci erano già. Potessero restarci per sempre. Doveva cercare un modo per tornare indietro, ma perchè poi? Aveva perso la sua occasione per colpa di quella massa di mentecatti. Li odiava con tutta sé stessa. Come se non bastasse, dalla mandria informe e senza volto spuntò sua cugina con il trucco rifatto di fresco. “Ma dov’eri finita? Guarda che il bagno è là”, le urlò in un orecchio. Fece un gesto vago con la mano e poi indicò il bagno e il loro tavolo. “Sì, ma sbrigati, non posso mica lasciare quella al tavolo tutta sera”. La cugina si dissolse come una naiade da passerella, mentre lei, avvilita, si faceva strada verso il bagno. Non doveva veramente andarci. Ma supponeva di non avere altra scelta, visto che ormai era lì. Spinse la porta e si ritrovò in una stanzetta minuscola dove una fila di cloni petulanti si accalcava in attesa: sembravano galline in un allevamento in batteria. Mentre aspettavano, si passavano febbrilmente il rossetto sulle labbra, il mascara sulle ciglia, scuotendo i capelli, aggiustandosi le scollature, chiocciando. L’odore era mefitico: un misto di sudore, sigarette e un pastiche volgare dei profumi più dolci e fruttati che si potessero immaginare. Quelle anime dannate si sgolavano per riuscire a comunicare al di sopra della musica che si infilava da fuori e del risucchio angosciante degli asciugatori ad aria calda. Stordita e terrorizzata, chiuse seccamente la porta sulla faccia lucida e glitterata di una ragazza sui trampoli. Preferiva annegare nella folla melmosa piuttosto che mettere un solo piede in quel delirio cosmetico. Ondeggiando, ormai padrona del ritmo, galleggiando sui piedi e tra i cocktail, riuscì ad arrivare fino al tavolo. Si sedette sospirando senza fare caso al fatto che il clone era ancora là. Al posto della sedia, però, c’era un maschio Alfa che la stringeva come la piovra di Bride of the Monster stringeva Bela Lugosi, solo che questo sembrava avere molti più tentacoli. Era uno spettacolo disgustoso. Dopo aver valutato l’ipotesi di vomitare intenzionalmente in una delle borsette, decise di ignorarli e di rivolgere l’attenzione altrove. Lui era ancora là, con lo sguardo incollato al libro. Ogni tanto, però, alzava la testa e si guardava intorno. Forse la stava cercando. O forse era solo uno scherzo delle luci e della sua mente malata.


Mentre stava maledicendosi per essere così stupidamente folle, notò che la musica cambiava. O forse era cambiata da un po’. Non era PROPRIO il solito rumore martellante in 4/4 con vocalizzi isterici o ripetizioni autistiche di spezzoni di frasi. C’era qualcosa di diverso. Non avrebbe saputo dire cosa, ma non era la stessa di prima. Anche il magma nauseabondo sembrava aver notato il cambiamento, perché ci fu un mormorio eccitato e molti di quelli che erano ai margini o al bancone si lanciarono verso la pista. Doveva essere un pezzo particolarmente in voga. Il celenterato di fronte a lei, però, non mollò la preda, con suo sommo rammarico. Sarebbe stato carino se fosse stato un mutante e invece di baciarla avidamente l’avesse inghiottita risputandone solo le unghie finte. Se quella mano fosse stata un tentacolo con ventose verdastre, proprio come quelle che gli stavano spuntando.

Scosse la testa strizzando gli occhi forte. Non poteva essere vero. Doveva essere finalmente impazzita. Riaprì le palpebre con estrema lentezza, come dopo una seduta di meditazione, di quelle che avrebbero dovuto aiutarla a stare meglio. Si riabitò alla semioscurità e riguardò attentamente la coppia avvinghiata. Sulla schiena nuda e decorata da tatuaggi tribali della ragazza, dove poco prima si erano mosse viscidamente le manacce quadrate del tizio, ora brulicavano dieci tentacoli. Non era possibile. Non poteva succedere così: uno va in discoteca una sera e bam! Impazzisce. Dopo anni di analisi, terapie, ricoveri, farmaci. Non poteva essere così automatico, come accendere un interruttore. Eppure quella era un’allucinazione schizofrenica: anni di terapia psichiatrica le avevano almeno insegnato a distinguere i sintomi delle varie patologie.

Il maschio doveva essersi accorto del suo sguardo vitreo, perché allontanò momentaneamente la ragazza da sè per ringhiarle: “Ehi tu, qualche problema?”

Ma non era un volto ben rasato e color biscotto che le parlava. Sotto le luci violacee del neon, c’era un ghigno infernale, un cinghiale ricoperto di scaglie ossee, con le zanne sbavanti e occhietti feroci, rossi, infossati.

Si schiacciò contro lo schienale della sedia, sudando freddo, gli occhi sbarrati fissi sulla coppia. Non voleva, non doveva essere impazzita. Anche la ragazza che il cinghiale aveva in grembo si voltò a guardarla. Completamente. La sua schiena fece una torsione di 360° e il suo viso le apparve orripilante, come scorticato di fresco, con gli occhi colanti sulle guance e un buco al posto della bocca da cui usciva un rantolo agghiacciante e che le conferiva un’espressione scioccamente stupita.

Tremando, scattò in piedi, il petto in una morsa, lo stomaco contratto. Doveva uscire, doveva prendere aria. In pista, ballavano tutti al ritmo della strana canzone. Un brulichio diffuso e dondolante. Di tentacoli. Zanne. Pinne. Corni. Code che sferzavano l’aria. Corpi putrefatti, semisciolti, pelosi, grugnenti, bifronti.

Si gettò in mezzo al locale, in preda al panico. La sua mente si era infranta in mille pezzi e ora non poteva più tornare indietro. Pazza. Le avrebbero rasato i capelli, messo un bracciale e un pigiama e l’avrebbero drogata, per sempre istupidita, imbecille, a fissare le pareti asettiche di una cella con un ghigno innocente, gli occhi vuoti, la morte nascosta dietro quei bulbi cristallizzati. Meglio morire subito, allora, uccidere quel corpo, reso schiavo di una mente marcia, e liberarsi una volta per tutte di quella condanna.

Ora era in mezzo alla pista, sotto le luci, e, come in un incubo, le vorticavano attorno quei corpi mostruosi, quegli arti osceni che cercavano di afferrarla, lingue biforcute che le leccavano il volto, artigli sanguinolenti che le graffiavano il vestito. Sembrava l’Inferno di Bosch.

Sapeva che non doveva farlo, eppure l’urlo le uscì senza che se ne accorgesse e senza che potesse fare niente per fermarlo, dalla pancia, lancinante, sovrastante quella melodia che ora suonava terrificante, obbrobriosa. Si piegò su sé stessa per sfuggire alla creature, le mani sugli occhi, singhiozzando disperata.

Sapeva che l’avrebbero messa dritta su un’ambulanza, eppure non ce la faceva a non crollare, circondata com’era da mostri terrificanti che volevano il suo sangue e la sua carne in sacrificio, che volevano smembrarla e sicuramente banchettare con il suo corpo.


Qualcosa si posò sopra i suoi capelli: si chiuse ancora di più, scattando come una pianta carnivora che viene accarezzata. Eppure era un tocco delicato quello che la scuoteva e che la confortava, ma poteva essere un inganno dei mostri: avrebbe alzato lo sguardo e le avrebbero cavato gli occhi, sicuramente.

“Ti prego, alzati, dobbiamo scappare”. Una voce sconosciuta al suo orecchio. Tra le dita delle mani sbirciò, le luci attraverso feritoie dentro al suo buio. Un naso ben oltre la categoria dell’importanza, un cespuglio di capelli neri, due occhi tristissimi all’altezza dei suoi: il lettore cadavere inginocchiato in mezzo alla pista, le tendeva la mano. Attorno, alcuni mostri incuriositi sembravano indecisi sul da farsi, li studiavano facendo schioccare le code, ringhiando sommessi, affilando gli artigli.

Altri avevano ripreso a muoversi al ritmo della musica, ciondolando le teste, ignorandoli.

Le sue dita si intrecciarono con morsa di cemento a quelle scheletriche di lui. Senza aggiungere niente, scattarono verso l’uscita, sgomitando, scavalcando, colpendo alla cieca. Sentivano unghie conficcarsi come uncini nelle loro carni, strappi di tessuto, grugniti bestiali, ma non si fermarono. Si buttarono con un ultimo, disperato balzo addosso alla maniglia antipanico della porta di metallo. "Che non sia bloccata", pensò lei, scaricandole addosso tutto il peso del proprio corpo, urtandola con violenza, massacrandosi. Si aprì di scatto e rotolarono sul marciapiede, rovinandosi la faccia e scorticandosi i palmi delle mani.

“Hey voi due” li apostrofò il buttafuori gigante. “Che cazzo succede? Siete fatti? Guardate che chiamo la polizia”. Storditi, si guardarono intorno. Il parcheggio era deserto, tra le macchine ferme non volava una mosca, solo un ronzio ovattato proveniva dalla tangenziale lontana. Il ragazzo arruffato si alzò in piedi: i suoi jeans erano completamente sbrindellati, ora, il suo giubbotto di pelle squarciato dietro e perdeva sangue dalle ginocchia e da un taglio su uno zigomo. Si chinò tendendole la mano e lei si accorse di avere gli avambracci solcati da graffi profondi, il vestito a pezzi, le calzamaglie smagliate. Si rialzò dolorante, e per la prima volta dopo anni, sorrise sinceramente.

Si allontanarono zoppicando verso la luna senza neanche guardare il buttafuori.


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